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Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2008 Costi e benefici - sei domande sulle nuove infrastrutture pubbliche
di Roberto Perotti*
Nessun
imprenditore decide un investimento senza prima averne studiato con
cura i costi e i benefici sotto diversi scenari possibili. Ma a questa
procedura non hanno diritto i cittadini italiani, cui viene chiesto di
finanziare le infrastrutture (almeno 1000 euro a testa solo per l'Alta
Velocità) senza che mai sia stata fatta un'analisi costi-benefici seria
di alcun progetto.
Sgombriamo subito il campo
da un equivoco: si dice spesso che alcune di queste infrastrutture
hanno un valore simbolico, e che sarebbe miope fermarsi a un
ragionieristico confronto tra i costi e i benefici. Forse. Ma per un
Paese niente ha un valore simbolico maggiore della compagnia di
bandiera, eppure gli imprenditori italiani si sono ben guardati
(giustamente) da mettere mano al portafoglio per Alitalia: perché mai
dovrebbero chiedere agli italiani di fare diversamente con l'Alta
Velocità? Si dirà che degli studi esistono. Ma essi sono lontani dagli
standard internazionali, e sono spesso poco più che documenti di
propaganda politica. Per esempio, sulla Torino-Lione uno studio assai
citato della Commissione Europea si basa fra l'altro sull'ipotesi
assurda di un aumento dei transiti ferroviari merci tra Italia e
Francia di circa sei volta da qui al 2030, quando negli ultimi dieci
anni essi sono scesi di oltre il 40 per cento. L'unico tentativo di
analisi costi-benefici seria per la Torino-Lione, quella di Rémi
Proud'Homme su lavoce.info, mostra una perdita in valore attuale netta
per la società di 25 miliardi, includendo i risparmi di tempo di
percorrenza, le minori emissioni, la diminuzione degli incidenti
stradali. Il ponte sullo Stretto non è da meno: come hanno
denunciato Andrea Boitani e Marco Ponti, fu dichiarato fattibile in
basea un'analisi a valore aggiunto, che stima (generosamente) i
benefici sull'economia locale ma ignora i costi. E nonostante l'enorme
aumento dei costi (per l'Alta Velocità di tre volte) rispetto alle
previsioni iniziali, non si è controllato che gli investimenti
rimanessero vantaggiosi. Dunque alla tipica famiglia di quattro persone
vengono chiesti 4 mila euro solo per l'Alta Velocità senza alcun
dibattito, quando per poche centinaia di euro fra tasse, sussidi e
detrazioni di una tipica Finanziaria ci si scanna per mesi interi.
Perché grandi imprese, media e politici di tutti gli schieramenti hanno
collaborato per anni a stendere un muro di omertà su questi argomenti?
Se i vantaggi sono così ovvi, perché tanta paura di un'analisi
costi-benefici affidata a un ente indipendente? Ma solo la retorica è
consentita. «Non possiamo restare tagliati fuori dall'Europa», diceva
Ciampi: ma tutte le modalità di trasporto esistenti per la Francia sono
lontanissime dalla saturazione. E per la governatrice del Piemonte
Mercedes Bresso «la Torino-Lione è un'opera essenziale per abbattere lo
smog»: ma come ha mostrato Francesco Ramella, anche azzerando il
traffico di Tir verso la Francia, le emissioni piemontesi si
ridurrebbero dell'1%, al prezzo di 16 miliardi per il contribuente.
Sicuramente ci sono dei modi più efficaci per ottenere questo risultato
irrisorio. Certo, dati e fatti diventano irrilevanti se contano
solo i simboli. Ma che cosa avrebbe un valore simbolico maggiore, sia
per i cittadini italiani sia per l'immagine del nostro Paese
all'estero: una galleria ferroviaria in più, o far rinascere le nostre
città sempre più degradate, invivibili e impresentabili, liberandole da
graffiti, sporcizia, disordine e microcriminalità? Si può rispondere
che infrastrutture e rinascita urbana non sono incompatibili; ma la
realtà è che l'enfasi sulle prime distoglie il dibattito e le risorse
dalla seconda. Per questa è necessario soltanto un oscuro lavoro di
ordinaria amministrazione, che avrebbe risultati più tangibili a un
costo enormemente inferiore. Ma, ahimè, è anche un lavoro meno
gratificante politicamente e personalmente che procurarsi
infrastrutture e grandi eventi. Nessun imprendito re farebbe
eseguire un piano di investimenti colossale da un management che ha
generato perdite per venti anni di fila. Eppure, agli italiani viene
chiesto di affidare sulla fiducia un giocattolo da 70 miliardi di euro
a un'organizzazione, le Ferrovie dello Stato, che è riuscita ad
aumentare i tempi di percorrenza sulla Milano-Treviglio nonostante il
quadruplicamento della tratta, e sulla Milano-Reggio Calabria
nonostante la costruzione della direttissima Firenze- Roma. Un'organizzazione
che da anni non riesce a risolvere un problema elementare come la
pulizia dei treni, i quali anzi diventano sempre più sporchi e
puzzolenti nonostante decine di proclami. Ancora una volta, che cosa
sarebbe più utile per l'immagine di un Paese: ripulire i treni
utilizzati da milioni di turisti stranieri o fare una galleria di
dubbia utilità a costi esorbitanti sotto una montagna che nessuno
visita? I veti aprioristici degli ambientalisti sono forse
antistorici, ma perché impedire qualsiasi riflessione sull'effetto di
questi investimenti sul paesaggio, che rimane pur sempre uno dei
principali asset del nostro Paese? Eppure non si può disconoscere che i
lavori infrastrutturali hanno spesso avuto effetti dirompenti da questo
punto di vista. Nonostante i loro eccessi, gli ambientalisti hanno
ragione: deturpare una vallata per ridurre le emissioni dell'1% al
costo di 16 miliardi è un buon investimento per le imprese
appaltatrici, ma non per il Paese. Infine, da più parti si sentono
profonde preoccupazioni per l'impatto che opere come il Ponte sullo
Stretto possono avere sulla criminalità organizzata. La 'ndrangheta
uccide per un appalto pubblico di pochi milioni in un piccolo Comune
calabrese: possiamo ben immaginare che appetiti scatenerà un appalto da
miliardi di euro. È un problema simbolico anche questo? Forse gli
imprenditori hanno delle risposte ovvie e convincenti a tutte queste
domande. Se è così, saremo tutti lieti di conoscerle. Ma per rispetto
dei cittadini italiani, per una volta lasciamo perdere la retorica.
*Roberto
Perotti ha conseguito il PhD in Economics al MIT nel 1991. Dopo 10 anni
alla Columbia University di New York e due anni all'European University
Institute di Firenze, attualmente e' all'IGIER-Universita' Bocconi. E’
codirettore del Journal of the European Economic Association, e
Research Fellow presso il Center for Economic Policy Research. E' stato
consulente della Banca Mondiale, della Inter-American Development Bank,
della Banca Centrale Europea, e della Banca d'Italia. |